Una vera e propria lezione di cinema quella che lunedì scorso Martin Scorsese ha offerto agli spettatori della festa del cinema di Roma. L’incontro è durato quasi due ore, durante le quali il regista italo-americano, ha confermato tutto il suo amore e la sua passione per il cinema, soprattutto quello italiano: Il cinema italiano degli anni ’50 e ’60 mi ha formato come regista”, afferma. Amore e passione poi confermati dallo stesso direttore del festival, Antonio Monda, che racconta: “Martin mi ha chiamato più volte nei mesi precedenti l’incontro, voleva mostrare delle sequenze di film al pubblico e me ne ha indicate quattro”, continuando: “Dopo di che ha continuato a chiamarmi, le sequenze erano diventate sei, poi sette ed infine nove! Sono stato costretto a fermarlo, altrimenti l’incontro sarebbe durato per ore”.

Le nove sequenze scelte sono tratte da film che per Scorsese sono stati in un qualche modo formativi per la sua persona e per la sua carriera registica. Alla fine dell’incontro Scorsese ha ricevuto il premio alla carriera, consegnatogli direttamente da Paolo Taviani.

  • Accattone, P.P. Pasolini (1961)

Scorsese: “Ho visto il film per la prima al New York Film Festival del 1963, ed è stata un’esperienza forte e molto potente, perché in qualche maniera io mi rivedevo nei protagonisti, essendo cresciuto in un quartiere molto duro di New York. È stato, infatti, il primo film in cui sono riuscito a identificarmi con i personaggi. È sempre difficile parlare di Pasolini di fronte ad un pubblico italiano, io non lo conoscevo e questo film è stato per me quasi uno shock, una rivelazione improvvisa”. Infine racconta un piccolo aneddoto: “15 anni dopo aver visto questo film ho deciso di leggermi tutto Pasolini in italiano!”

  • La presa del potere di Luigi XIV, R. Rossellini (1966)

Monda: “Rossellini ad un certo punto della sua carriera decide di abbandonare il cinema per un po’ e dedicarsi alla televisione, in particolare a girare film didattici. Tu hai mai pensato di lavorare in televisione e fare film didattici?”

S: “Rossellini ha offerto un grande contributo al cinema, ma si è accorto che fosse un’arte rivolta solo a quelle poche persone che erano in grado di comprenderla e capirla, così ha iniziato a fare film per la TV. In questo in particolare notiamo comunque una grande tecnica e stile con citazioni addirittura di Caravaggio. Rossellini riduceva tutto all’essenziale, ed in questo mi ha colpito e di conseguenza ispirato. L’ho incontrato una sola volta a Roma nel 1970, era la mia prima volta in Italia, e abbiamo camminato e chiacchierato insieme, e ad un certo punto gli dissi di quanto fosse popolare in America il suo film, e lui mi rispose che di questo non gli interessava, a lui interessava solo la didattica”.

  • Umberto D, V. De Sica (1952)

M: “Questo film racconta la povertà in modo quasi ironico, sei d’accordo?”

S: “Si, sono d’accordo, e penso che questo film sia anche l’apice del neorealismo. Il coraggio di usare come protagonista un personaggio così anziano, mi ha molto colpito.”

M: “Tra l’altro ricordiamo che il protagonista non era un attore, nella vita faceva il glottologo, ma fu comunque grandissimo”.

S: “Si, esatto. Un’altra cosa che rende interessante questo film è che sembra essere quasi sentimentale, ma invece non lo è affatto”.

M: “Nelle sequenze che ci hai mostrato e in quelle che ci mostrerai, mi ha colpito che sono tutte tratte da film degli anni ’50 e ’60, secondo te è quello il periodo aureo del cinema italiano?”

S: “No, affatto. Il mio intento era solo quello di dare un’idea sui film che mi hanno formato da giovane. Ho visto anche Olmi e Bertolucci, che sono altrettanto importanti per il cinema italiano”.

  • Il posto, E. Olmi (1961)

M: “Questa sequenza è un omaggio a Olmi che ci ha lasciato da poco”, parte un lungo applauso da parte del pubblico.

S: “E’ un film molto speciale, che ha uno stile documentaristico e che riesce solo a parlare con le immagini. Sento molto vicino questo stile perché mi ha anche influenzato in Toro Scatenato (1981).”

M: “Ti è mai capitato, con Olmi o con il neorealismo, di dire questo non è cinema ma è la vita?”

S: “In un certo senso si, ne avevo visti talmente tanti che ormai facevano parte anche della mia vita. In questo film c’è proprio qualcosa di Olmi, la purezza del protagonista ma anche la nuova era industriale dove vai a lavorare in fabbrica e lì muori”.

  • L’eclisse, M. Antonioni (1962)

M: “Mi ha molto colpito quello che hai detto su Olmi che ha influenzato il tuo Toro Scatenato. Cosa ti ha dato, invece, del suo cinema, Antonioni?”

S: “Il primo film che ho visto di Antonioni è L’Avventura (1960) e ho dovuto imparare a leggerlo ed interpretarlo, anche se per me non è stato difficile, venendo dall’epoca d’oro del cinema americano, era diventato normale per me saper leggere ed interpretare i film. Nei film di Antonioni c’è una composizione dello spazio che sembra quasi arte, e poi il finale di questo film è uno dei più belli che abbia mai visto, quasi mi commuovo ogni volta. Antonioni ha ridefinito il linguaggio cinematografico, usa la composizione come narrazione, attraverso di essa riusciamo a comprendere l’alienazione di cui lui ci parla.”

  • Divorzio all’italiana, P. Germi (1961)

M: “Quando hai preparato Goodfellas (1990) ti sei ispirato a questo film per stile e contenuti, è vero?”

S: “Si, è vero. Dal punto di vista stilistico mi ha molto influenzato, ma anche per la sua satira e i movimenti di macchina. Ogni volta che lo vedo mi colpisce tantissimo lo stile di bianco e nero utilizzato”.

M: “Ho una domanda particolare, perché secondo te le commedie non vincono mai premi?”

S: “Penso perché siano pensate per essere puro intrattenimento e quindi vengono recepite così anche dal pubblico, non vengono prese seriamente, ecco”.

 

  • Salvatore Giuliano, F. Rosi (1962)

M: “Cosa ammiri di Rosi e di questo film?”

S: “Rosi ti mostra i fatti così come sono, eppure, questi fatti, in qualche maniera non sono la verità. Il tema della corruzione nel film e di tutta la tragedia del sud Italia, sono radici ancora molto profonde, anche oggi. Anche i miei nonni emigrarono dalla Sicilia, e ancora oggi mi chiedo come facevano a fidarsi delle istituzioni. Tornando a parlare del film, non avevo mai visto, in un film, il comportamento della madre del bandito, il modo in cui essa urla dal dolore e mostra tutte quelle emozioni è impressionante, a noi italo-americani viene solitamente detto di non tirare mai fuori le emozioni” (ride).

  • Il Gattopardo, L. Visconti (1963)

S: “Quello che mi prese di questo film furono soprattutto i dettagli, ad esempio, come inquadrare una mano che prende un bicchiere, ogni dettaglio è molto curato”.

M: “Qual è la lezione più grande che ci lascia Visconti?”

S: “L’opera di Visconti ha un ritmo molto fermo, con inquadrature molto ricche e piene di dettagli, al contrario di quelle di Antonioni, che invece sono molto scarne. Quello che colpisce è il passare del tempo, il principe capisce che ormai la monarchia ha i giorni contati e che quindi lui stesso ha i giorni contati. Ma nonostante questo, la lezione che ci lascia Visconti è proprio la citazione del film e del libro, quando dice che se vogliamo che tutto rimanga com’è, c’è bisogno che tutto cambi”.

  • Le notti di Cabiria, F. Fellini (1957)

S: “Il finale di questo film è sublime, è una pura rinascita!”

M: “Dimmi di Fellini e di quando vi siete incontrati”.

S: “L’ho incontrato tante volte, soprattutto negli anni ’70. Negli anni ’90 eravamo arrivati a produrre insieme un documentario per la Universal, ovviamente con la sua regia e con il suo stile, purtroppo però non siamo riusciti a portarlo a termine a causa della sua morte”.

 

Di Luca Michele

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