Film tra i più attesi di questa edizione della kermesse romana, dopo l’anteprima al London Film Festival è arrivato nella capitale Beautiful Boy, sesto film del regista belga Felix Van Groeningen, nonché suo primo lungometraggio in lingua inglese.

La sceneggiatura è tratta da una storia vera, quella di David e Nic Sheff, un padre e un figlio che si trovano a dover affrontare la dipendenza di quest’ultimo dalla metanfetamina. Il film si basa sui due libri memoirs, bestseller negli Stati Uniti, scritti dagli stessi David e Nic, che raccontano la loro esperienza dai rispettivi punti di vista.

Gli Sheff sono una famiglia altoborghese che vive nel nord della California e Nic, il primogenito, è un diciottenne che sembra avere tutto: una brillante carriera scolastica e sportiva, un futuro promettente in un college prestigioso. Ma tutto questo crolla quando il giovane comincia a fare uso di droghe trascinando la sua famiglia in un percorso durissimo per recuperare la sua salute e il suo futuro.

Il perno della narrazione è il legame tra padre e figlio: Nic è figlio di genitori separati, amatissimo dai fratelli e dalla nuova moglie di David, e conserva da sempre un rapporto speciale con il padre.

Nel ruolo dei due protagonisti Steve Carrell e Timothée Chalamet, quest’ultimo reduce dal successo di Call me by your name, che l’ha lanciato come attore: il giovane franco-statunitense entra definitivamente nell’Olimpo dei grandi con questa interpretazione intensa e sincera, che lascia ben sperare per la nomination agli Oscar.

Il pregio di questo film è soprattutto la capacità di raccontare una storia di dipendenza che non riguarda come di consueto giovani emarginati dalla società e con difficoltà famigliari, ma coinvolge un ragazzo cui sembrerebbe non mancare nulla, un golden boy che sente su di sé tutto il peso di una tragedia che è anche una scelta. E Il dilemma dei genitori chiama a riflettere sul possibile limite all’aiuto che si può dare a un figlio in difficoltà, e alle scelte coraggiose che implica l’essere una famiglia.

La regia è incisiva ed esalta al meglio il talento degli interpreti, contribuendo a suscitare empatia nello spettatore, anche grazie ai brani ben scelti della colonna sonora. Dopo Alabama Monroe, Van Groeningen torna a raccontare una storia forte senza fronzoli e senza sconti, alla larga da qualsiasi cliché grossolano o tentazione moralistica e con una sensibilità raffinata, che punta a coinvolgere lo spettatore.

di Gloria Naldi

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