I cinema italiani nei periodi di ferie lavorativa non promettono affluenza: questo è stato il caso del decimo lungometraggio di Christopher Nolan. L’attesa è stata abbastanza rumorosa, nonostante il ritardo della distribuzione non sia stato così spaventoso, si sono aggiunte poi altre componenti che hanno alimentato la tensione tra il pubblico scalpitante (come la distribuzione in IMAX 70mm che, si sa, da noi è riservata a poche sale). La critica statunitense lo ha lodato e gli spettatori, seguaci accaniti della stampa d’oltreoceano, hanno subito iniziato a lamentarsi per la lunga attesa:”come mai a differenza degli altri europei a noi tocca aspettare l’ultimo giorno d’agosto?”

La pazienza è una buona virtù. Il 31 agosto ecco il film anche da noi. C’è chi lo esalta, chi transige, chi lo stronca apertamente come Goffredo Fofi su Internazionale tacciandolo come antiumanistico, pretestuoso e conforme allo “standard ruffiano” del suo autore smuovendo l’umore della critica – una su tutte quella di Michele Silenzi su Il Foglio.

Il rischio che il lungometraggio di Nolan sceglie di correre sta nel fatto che non vuole essere un film di guerra “alla vecchia maniera”. Evidenti già nei primi venti minuti di film i segni di un nuovo stile da “docufiction” più morbido, compatto e meno retorico di altri film bellici americani degli ultimi venticinque anni. Diviso in tre capitoli (molo, terra, aria) inizialmente è quasi un “duello silenzioso” (per citare Kurosawa). Pian piano si rivela un film senza eroi, quindi senza la faccia da filo conduttore che dovrebbe tenere incollati d’obbligo gli spettatori – come invece succedeva con Tom Hanks in “Salvate il soldato Ryan” (1998). Eppure la suspense non manca. Soprattutto nella sequenza del bombardamento alla mensa della nave e nella scena dell’allagamento della stiva veniamo rapiti dalla  claustrofobia acquatica e dalla tensione emotiva, sostenute dalle musiche di Hans Zimmer.

Finora ci appare come un film di guerra anomalo, ma non mancano gli affanni e le cadute di stile. Una certa prevedibilità contraddistingue alcune scene d’azione e a volte il profilo psicologico dei personaggi non viene approfondito particolarmente. Alcuni soluzioni di suspense drammatica ci appaiono giustapposte e poco concluse nell’economia finale della storia narrata. Il finale rivela comunque le intenzioni “britannico-centriche” della sceneggiatura: i soldati che tornano nella tranquilla campagna inglese e osservano dal finestrino del treno, la fiducia nella continuazione del conflitto. Anche se più edulcorata del resto del film, la sequenza finale ci pone davanti ad una questione: la guerra in un modo o nell’altro rimane una sfida senza ritorno. “Noi continueremo la guerra!” affermano i oldati alla fine del film, ma sta a noi spettatori ora decidere quanto immedesimarci in tali dinamiche psicologiche.

Di Gianmarco Cilento

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