Sul set di Dogman, intervista all'assistente alla regia Benedetta Barroero

A distanza di quasi due anni dalla presentazione di Dogman (trailer) di Matteo Garrone a Cannes, abbiamo avuto modo di fare una chiacchierata con l’assistente alla regia del film, Benedetta Barroero.

Cilento: Carissima Benedetta, tutti noi sappiamo che l’idea di questo film da parte di Matteo Garrone risale a molti anni prima della sua realizzazione. Il regista romano avrebbe voluto già farlo nel 2006 con Benigni protagonista. Com’è nata l’idea del recupero?

Barroero: Era uno dei primi film che aveva scritto, ispirato all’agghiacciante fatto di cronaca del Canaro della Magliana, e nelle intenzioni iniziali era abbastanza simile ai suoi primi film come L’imbalsamatore. Come hai già detto tu l’idea era nel cassetto, e aveva sempre rimandato la realizzazione a favore di altri film come Gomorra e Reality. Poi nel 2016 ha iniziato a pensare a Pinocchio, altro progetto a cui teneva molto. Quando ha iniziato a lavorarci su qualcosa è andato storto: ha cominciato ad avere problemi con il primo truccatore prostetico da lui scelto, che non era riuscito ad arrivare al gusto che lui voleva. E forse per superare il dolore dello stop ha recuperato l’idea del Canaro.

Sicuramente rispetto a Pinocchio si tratta di un film già nelle intenzioni di richiamo più popolare, direi più accattivante. È comunque un crime-movie.

A dire il vero Matteo pensava che questo film non lo avrebbe visto nessuno. Era reduce da Il racconto dei racconti, e in proporzione Dogman è un film piccolo, in un contesto lercio e poco attraente.

Il clima di lavoro è stato ottimale?

Diciamo di sì, anche se l’unica difficoltà è stata l’individuazione dei due protagonisti. Ma questo fa parte del modo di lavorare di Matteo, soprattutto perché lui nella scelta degli attori è complicato. Inizialmente aveva pensato a Benigni, in seguito a Carlo Buccirosso, che per molto tempo è stato il Canaro prescelto. Poi la scelta di Marcello Fonte è stata quella definitiva, la migliore. Tra l’altro Fonte non aveva mai recitato da protagonista, aveva fatto sempre dei ruoli minori.

Benedetta Barroero

Per gli altri ruoli si è fatto aiutare da casting director?

In un film di Matteo non c’è nulla che non sia pensato direttamente da lui. Comunque si, il casting director c’è stato, oltre a un suo altro aiuto fondamentale che era Ciro Scognamiglio. Ed è stato proprio lui a scovare Marcello dopo averlo visto in uno spettacolo di un gruppo di detenuti dove in realtà stava rimpiazzando un attore improvvisamente venuto a mancare.

Il film dov’è stato girato?

Quasi interamente a Castel Volturno, tranne una piccola parte girata a Roma. Non c’è nulla di ricostruito in studio perché non era necessario avendo trovato in Castel Volturno una location perfetta, un teatro di posa a cielo aperto. Poi è un film-verità, quindi andava girato tutto dal vero.

Garrone come gestiva il lavoro degli attori, a partire da Marcello Fonte?

C’era un bel clima. Marcello ha avuto una vita inizialmente difficile, eppure partendo dal nulla è riuscito ad arrivare ad un traguardo eccellente. Garrone non gli ha mai fatto ripetere molte volte le scene, tranne nella scena notturna dove Marcello spiega a Simone il suo piano per metterlo in trappola. Per girarla ci abbiamo messo tutta una notte. Girata in un garage, l’abbiamo ripetuta forse quaranta volte, sembrava non finire mai! Edoardo Pesce ovviamente era più navigato, essendo un professionista, ma anche lui è stato messo molto alla prova da Matteo.

Nelle scene di violenza si è ricorso ad una sorta di coach? Te lo chiedo perché in certe scene Pesce sembra mettere davvero le mani addosso a Fonte.

No, non c’era nessuna persona che gestiva quella cosa lì, anche perché ti ripeto: Garrone cerca il vero. La finzione ovviamente c’è sempre, e abbiamo usato lo stunt coordinator nella scena in cui Simoncino muore.

Una volta per i pugni si ricorreva a suoni posticci, quasi artificiosi. Ora con la presa diretta confermi che il tutto è più difficile?

Diciamo di sì. Anche se poi il suono fa parte della magia del cinema. Aggiungo che da vero amante del cinema Garrone ricorre comunque ad una serie di mestieri legati alla vecchia concezione del fare cinema.

Quanto sono durate le riprese?

Sei settimane e mezzo, relativamente poco rispetto a quelle degli altri film di Garrone (Pinocchio ne è durato quattordici ad es.). Abbiamo finito prima del tempo dovuto.

Garrone modificava molto le battute durante le riprese?

Certo. E a volte anche le singole scene. Si sarebbe dovuta vedere la prigionia del protagonista. Abbiamo girato delle scene all’interno del carcere, ma non è stato montato nulla. Anche il finale era scritto diversamente in sceneggiatura, per esempio non c’erano i momenti in cui Marcello cerca di “curare” Simoncino. 

Che modello di sceneggiatura è stato usato? All’americana, alla francese o all’italiana?

Nessuno dei tre. A volte anche con un foglio di carta con le battute scritte a penna, non c’era nessun legame alla forma. Per Garrone non esiste, la forma va in secondo piano. Lui usa un copione scritto molto all’impronta, legata allo spirito dell’ultimo minuto.

La scena della vendetta, che è la più difficile di tutte, è stata complessa da girare?

In realtà era più difficile in sceneggiatura, oltre che più cruda. Avrebbe dovuto ripercorrere le torture della storia vera in forma più dettagliata. Il personaggio che era stato scritto non sarebbe mai potuto arrivare a quel livello di violenza. Più che altro è stato complesso riuscire a portare emotivamente Marcello al finale del film. Ma a livello registico non è stata una scena particolarmente complessa.

Avete utilizzato anche steadycam e drone?

La Steadycam qualche volta, come nella sequenza finale. Tra l’altro Matteo in questo film ha fatto proprio l’operatore. Il drone no, anche se Garrone lo ha utilizzato in altri film. Reality ad esempio si apre con un enorme drone che inquadra l’arrivo di una carrozza.

Cosa ami di più del film?

È un film realizzato con una spontaneità che mi piace un sacco. Garrone lo aveva pensato per il suo pubblico, convinto di non poter andare oltre nel successo, e invece ha acquisito poco per volta un successo inaspettato. Poi è ambientato in una periferia che non sappiamo quale e non ci è dato saperlo. Ed è anche un film senza tempo, senza differenziazioni di epoche. E soprattutto non ci sono buoni e cattivi.

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