Gli anni ’30, un amore “sfumato”, l’Age d’Or di Hollywood, le feste rutilanti e scintillanti, i locali notturni di New York dove la celebre Café Society si mostrava nel proprio mondano splendore. Woody Allen torna a narrare la propria rielaborazione di un passato (remoto) nella sua ultima commedia, intitolata appunto, Cafè Society, che ha debuttare nei nostri cinema il 29 Settembre. Abbandonati gli inquieti moti dell’animo, le nevrosi, i maghi e le inquadrature da cartoline raccolte in giro per il mondo, Allen (alla veneranda età di ottant’anni) sembra voler tornare alle accoglienti certezze di un passato che non ha vissuto in prima persona ma che può e sa evocare meglio di altri. Come già aveva fatto in alcuni lavori (Radio Days, La Rosa Purpurea del Cairo, Midnight in Paris etc.), racconta in forma di “romanzo visivo” – arricchito dalla splendida fotografia di Vittorio Storaro – le (dis)avventure di Bobby Dorfman e del suo mondo, dal Bronx ad Hollywood. Sembra ispirarsi ai romanzi di formazione tradizionali, ma anche alla struttura di alcuni classici dell’età del jazz come Il Grande Gatsby di F.S.Fitzgerald. Al contrario di quest’ultimo, però, Bobby si rivela uno schlemiel, uno sconfitto dalla sorte e dagli eventi incapace di reagire titanicamente alle situazioni che la vita propone – e dispone.

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Bobby (Jesse Eisenberg) vuole elevare se stesso e il proprio tenore di vita prendendo, come punto di riferimento, il fratello Ben (gangster in ascesa). Riesce così a conquistare il proprio posto nel mondo – prima a Hollywood nell’agenzia dello zio Phil e poi a New York, mettendosi in affari con Ben per aprire un esclusivo nightclub di successo – ma è sempre più lontano dai propri sogni. Vonnie (Kristen Stewart), l’amata segretaria mai dimenticata, rifiuta il suo amore disinteressato e sincero per sposare zio Phil, l’uomo che crede di amare. Bobby sposerà Veronica, ricca ereditiera mondana, ma solo perché la ragazza gli confessa di essere rimasta incinta. Bobby e Vonnie non si dimenticheranno mai, ma il loro amore rimarrà solo un timido What If…?, un piccolo dubbio insidioso nei sogni di entrambi e un’amara riflessione per lo spettatore. La malinconia e l’amarezza contraddistinguono, questo Allen di Cafè Society, concentrato nell’evocare – come uno spiritista – gli spettri che da sempre accompagnano la sua filmografia, concentrando in 96’ profonde riflessioni su vita, morte, senso intrinseco dell’esistenza, amore, successo, la contrapposizione tra New York e Los Angeles, la cultura ebraica: una summa compendiaria dell’Allen – che ha attraversato oltre cinquant’anni della nostra Storia.

http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2016/09/cafè-society-1024x576.jpghttp://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2016/09/cafè-society-150x150.jpgLudovica OttavianiRecensioniCafè Society,Dass Cinema,dass cinema recensione,filmreview,recensione studenti,Woody AllenGli anni ’30, un amore “sfumato”, l’Age d’Or di Hollywood, le feste rutilanti e scintillanti, i locali notturni di New York dove la celebre Café Society si mostrava nel proprio mondano splendore. Woody Allen torna a narrare la propria rielaborazione di un passato (remoto) nella sua ultima commedia, intitolata...Università degli studi di Roma La Sapienza