La multiformità e la verità dalla natura sono i due canoni ricercati continuamente dagli artisti che dell’imitazione della realtà hanno fatto la loro missione. Fin dai tempi degli antichi Greci, modelli di quasi tutte le generazioni di pittori e scultori nei millenni a venire e sicuramente modelli dello scultore e pittore che dominò la scena nella prima metà del 1600: Gian Lorenzo Bernini.

In occasione della mostra a lui dedicata in Villa Borghese, Francesco Invernizzi (Globo d’oro dalla stampa estera per Caravaggio, l’anima e il sangue) firma la regia di un docufilm che descrive con riprese in 8k ogni dettaglio di nove delle sculture più famose dell’artista. Con ordine cronologico, si ripercorrono le tappe fondamentali della sua vita, in un montaggio che alterna immagini della città di Roma ai dettagli descritti da Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese, Luigi Ficacci, storico dell’arte e soprintendente generale all’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, e Andrea Bacchi, direttore della Fondazione Zeri.

Le opere del Bernini si contraddistinguono per la morbidezza delle forme, tanto levigate quanto accurate, per i dettagli verosimili e, soprattutto, per l’espressività dei volti. Si vede bene nel “Ratto di Proserpina”, in cui il Dio degli Inferi guarda con desiderio la sua sposa. I suoi occhi, seppur scolpiti nel marmo, riescono quasi a muoversi verso di lei, a parlare e comunicarci il suo intenso desiderio. La bocca lievemente dischiusa si piega in un sorriso voluttuoso. Contemporaneamente, il viso di Proserpina esprime totale disperazione, a tal punto da piangere: ed ecco sulle guance stagliarsi nette tre lacrime, gli occhi spalancarsi dal terrore e le labbra aprirsi in un perenne grido d’aiuto. C’è un elemento d’interesse in più in quest’opera: il braccio di lei, proteso in alto, rappresenta il miracolo compiuto da Bernini per averlo scolpito senza alcun sostegno. Miracolo che ripete nel dettaglio delle foglie d’alloro dell’ “Apollo e Dafne”, nella quale riesce a scolpire il movimento nell’immobilità del marmo.

Bernini si sentiva doppiamente in competizione: con suo padre Pietro, suo Maestro, per non essere inferiore o semplicemente uguale a lui; con i suoi contemporanei, e soprattutto con i pittori, poiché la pittura era l’arte in quel periodo più accreditata. Era un ragazzo che lavorava sodo per migliorarsi e superare il suo Maestro e i suoi rivali. Missione riuscita, è il caso di dire!

Questo film non è solo un percorso all’interno dell’arte berniniana: il gioco di luci, l’atmosfera notturna in cui sono girate la maggior parte delle riprese, la sala riempita solo dalle sculture e dalle raffigurazioni pittoriche delle stesse, i particolari e i primissimi piani rispettivamente su parti del corpo o volti delle sculture, regalano l’opportunità di vivere virtualmente la mostra in un rapporto più stretto e intimo di quanto sarebbe concesso dal vivo, con la restrizione delle misure di sicurezza e degli altri visitatori. Unica pecca, l’insistenza di carrelli e steady appesantisce la visione, la ripetizione dei punti di vista risulta in alcuni momenti elemento di disturbo. Ma vale la pena di essere spettatori così privilegiati di sculture a modo loro particolarmente sensuali, in grado di scatenare emozioni profonde e violente che perdureranno di sala in sala.

di Valentina Longo

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