MACBETH – LA TRAGEDIA SCOZZESE DAL 1608 AD OGGI

La Tragedia Scozzese: per una superstizione antica, nel mondo del teatro, nessuno ha il coraggio di chiamare l’opera di William Shakespeare con il suo nome proprio, Macbeth. Nemmeno Michael Fassbender, protagonista dell’ultimo adattamento della pièce per il cinema firmato da Justin Kurzel. Nonostante il successo che il personaggio ha portato ad attori come Fassbender, Patrick Stewart, Ian McKellen e molti altri, uno strano alone di mistero sembra ancora aleggiare intorno ad esso. Sicuramente Shakespeare ignorava l’impatto che questo fosco dramma a tinte forti avrebbe avuto nelle trasposizioni dal teatro al cinema.
La difficoltà più grande, senza dubbio, risiede nella ricerca del fragile equilibrio tra parola ed immagine, impatto visivo e potere evocativo dei suoni. Nel teatro elisabettiano la scenografia era assente e “la magia” risiedeva nel ritmo delle battute scritte e nella potente padronanza scenica degli attori, completamente immersi nelle psicologie contorte dei loro personaggi. L’attrazione negli occhi di chi guarda nasce dalle morbose gesta dei personaggi che vivono sulla scena e così si trasferiscono dalla carta al regime dell’esistenza vera e propria. È proprio questa attrazione che, nello stesso tempo, spinge un mezzo (relativamente) giovane come il cinema a confrontarsi con questi archetipi culturali, sfidando il tempo, le regole aristoteliche teatrali e il criptico linguaggio shakespeariano.

Macbeth4Un primo esempio è fornito dall’operazione compiuta dall’americano Orson Welles nel 1948: un poliedrico artista statunitense si confronta con il dramma più breve di Shakespeare, famoso per pareggiare la partita con il destino. Un film importante nella storia del cinema ma che allo stesso tempo ricordato per una storia produttiva travagliata. Non sono mancati adattamenti meno tradizionali, contraddistinti dal desiderio di modernizzare questa tragedia degli archetipici istinti umani: Akira Kurosawa realizzò nel 1957 una versione ambientata nel Giappone medievale (Trono di Sangue); William Reilly ne realizza una con protagonisti dei “picciotti” italoamericani che lottano per il dominio del territorio (Uomini d’Onore, con John Turturro); l’australiano Geoffrey Wright sceglie di modernizzarlo e di ambientarlo nell’Australia delle gang criminali (Macbeth – La Tragedia dell’ambizione) e, infine, è la tv britannica BBC One a regalare, nel 2005, l’adattamento più insolito curato da Peter Moffat nell’ambito della serie ShakespeaRe-Told, calato nell’ambizioso mondo delle cucine degli chef stellati e con protagonisti James McAvoy e Richard Armitage.

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Justin Kurzel si confronta oggi con la purezza del testo shakespeariano, come già tentò Roman Polanski, dopo Welles, nel 1971 ma con risultati deludenti (il tono grottesco fu considerato una diretta conseguenza dei tragici omicidi perpetuati da Charles Manson e che lasciarono una vittima: Sharon Tate, la moglie incinta del regista). Kurzel si affida all’immagine per bilanciare il peso della parola, ricorre all’artificio della direzione della fotografia di Adam Arkapaw. Quello sullo schermo, più che una Scozia medievaleggiante, è un paesaggio selvaggio, fuori dal tempo, antico, appartenente a un’epoca dove le tribù si contendevano il predominio del territorio. Il rosso e il nero, la luce livida e la notte cieca dominano cromaticamente l’immagine, segnando l’incedere lento del tempo e delle nefandezze delle quali si macchieranno Macbeth e Lady Macbeth (Marion Cotillard). La coppia vive della torbida alchimia tra luci ed ombre, completamente immersi in quei paesaggi sospesi, espressionisti (la dominante finale rossa come il sangue e la bramosia ardente che confonde i contorni dello spazio). All Hail Macbeth, All Hail Macbeth urlano a gran voce i sudditi al nuovo sovrano, come gli spettatori moderni figli dell’Era del cinema digitale.

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