sadako

Il nome giapponese yūrei deriva dalla composizione dei kanji e rei e può significare sia spirito oscuro che anima evanescente. Sono fondamentalmente spiriti incapaci di lasciare il mondo dei vivi per l’aldilà e permangono in una sorta di stasi alla ricerca tormentata di qualcosa che non sempre sono capaci di definire, spesso si tratta di sentimenti di odio o di amore, ricerca di un figlio di una madre oppure pura ed ormai cieca ed irrazionale vendetta.

Il cinema giapponese ha dedicato a questi spiriti una ricca cinematografica tra cui si annoverano 怪猫有馬御殿- Kaibyō Arima goten girato nel 1953 da Arai Ryohei, ma il fenomeno esplose realmente solo nel 1964 con il film 鬼婆 – Demon Hag noto anche come Onibaba di Shindo Kaneto, che aprì la strada ad un filone di successo secondo solo ai kaiju di Gojira. Gli adattamenti dei romanzi di Suzuki Koji, da cui il primo fortunatissimo リング – Ringu – The Ring di Nakata Hideo della fine degli anni ’90 hanno però rinnovato il filone rigenerando il fenomeno cinematografico ed ispirando una nuova onda di film anche in occidente.

La prima apparizione di Sadako è appunto nell’adattamento di Nakata del 1998 sopracitato, nello stesso anno verrà distribuito l’adattamento del seguito letterario らせん – Rasen – Spiral di Ida Joji che uscì parallelamente al film di Nakata per una strana operazione suicida di marketing e fu un clamoroso flop. La Kadokawa assegnò a Nakata l’incarico di rigenerare il filone sviluppando un seguito del suo film del tutto estraneo ai romanzi originali di Suzuki. Il film リング 2 – Ringu 2 – The Ring 2 ebbe un’incredibile successo portando la serie verso un complesso franchise fatto di un prequel, molte serie tv, un remake sudcoreano, tre versioni americane, due seguiti in 3D, tre crossover con altri spettri ed il film Sadako (trailer) che l’Asian Film Festival porta in questi giorni alla Casa del Cinema.

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Il nuovo modo di raccontare gli spettri giapponesi avrebbe così fortemente influenzato il mercato da creare altre creature parzialemente derivative, come Kayako di 呪怨 – Ju-on – The Grudge di Shimizu Takashi o Mitsuko di 仄暗い水の底から Honogurai mizu no sokokara – Dark Water sempre di Nakata Hideo. Ventuno anni dopo il suo primo adattamento Nakata torna a raccontare le gesta dello spettro Sadako cambiandone la natura e le modalità comportamentali e mettendo così a rischio la fedeltà del pubblico e cercando di aprire ad una nuova generazione di spettatori.

La storia del primo film ruotava intorno ad una leggendaria videocassetta vhs in grado di procurare la morte dei suoi spettatori dopo sette giorni dalla visione, il nastro magnetico era una porta che lo yūrei di Sadako Nakamura utilizzava per cercare di soddisfare la sua ormai insaziabile fame di vendetta. La vittima dopo aver visto il video riceveva una chiamata spaventosa dopo la quale aveva sette giorni di tempo per provare a salvarsi dalla maledizione. Con il passare degli anni e dei film Sadako abbandonava il vhs per la volta di youtube e dei cellulari. Nel nuovo film questi elementi scompaiono a favore della storia di una bambina dagli straordinari poteri extrasensoriali che sembra connessa a Sadako ed in grado di evocarla a suo favore. La trasformazione del racconto probabilmente nuoce al prodotto e crea una variante più veloce in termini di ritmo ma meno complessa e ricca in termini narrativi.

Quello che rimane è invece l’interesse di Nakata per i bambini abbandonati o maltrattati dai loro genitori, casistica a cui appartiene anche Sadako. Sembra pertanto chiaro che al regista Nakata interessi in particolare il tormento dell’infanzia segnata dalla separazione dei genitori o dal rifiuto degli stessi, un tema che ritorna in tutte le sue declinazioni del cinema horror da Ringu a Dark Water fino a questo Sadako.

https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2020/08/coverlg.jpg?fit=1024%2C576https://i0.wp.com/www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2020/08/coverlg.jpg?resize=150%2C150Daniele ClementiFestivalAsian Film Festival,Casa Del Cinema,Nakata Hideo,Sadako,The RingIl nome giapponese yūrei deriva dalla composizione dei kanji yū e rei e può significare sia spirito oscuro che anima evanescente. Sono fondamentalmente spiriti incapaci di lasciare il mondo dei vivi per l'aldilà e permangono in una sorta di stasi alla ricerca tormentata di qualcosa che non sempre sono...Università degli studi di Roma La Sapienza