Sono passati ormai 17 anni da quando Bryan Singer ci ha fatti innamorare della saga degli X-Men, mostrando ai meno esperti di fumetti tutto il fascino di Logan, Wolverine. E’ proprio questo il personaggio interpretato da Hugh Jackman, il quale conta il più nutrito numero di film tra gli X-Men. Il testimone è passato prima in mano a Gavin Hood con “X-Men Le origini: Wolverine” ed è poi arrivato il momento di James Mangold con “L’immortale” e l’ultimo “Logan”. Un anti-eroe che ha accompagnato due generazioni di adolescenti e ci ha fatti affezionare tanto, forse troppo al suo interprete. Proprio per questo è stata una grande ferita per il pubblico più affezionato l’addio dell’attore dal cast, ma andando in sala a vedere Logan, si accetta il suo “addio”.

È la giusta fine ed è così che sarebbe dovuta andare.

Storicamente, Logan ha sempre fatto parte di un branco che contava un unico membro. Un solitario vagabondo, alla ricerca di uno sfogo e di una vendetta per ciò che ha subito. Disdegnava ogni tipo di compagnia, ma già dai primi venti secondi della sua ultima avventura capiamo che non è più il selvaggio che siamo stati abituati a vedere, ma un uomo distrutto, un animale ammaestrato, costretto nei panni di un autista. Invecchiato e stanco, spesso ubriaco. Umiliato.

Solo nei momenti finali del film ritroviamo finalmente la sua umanità. È un uomo nuovo, con dei sentimenti, fatto di carne e ossa, disposto a tutto pur di proteggere il suo mentore, il professor Xavier (un Patrick Stewart estremamente invecchiato) e Laura (possibile erede degli artigli di Wolverine?). Eppure in alcuni momenti scorgiamo nuovamente la sua indole selvatica, questa volta in difesa delle uniche persone a cui sembra veramente tenere. In accordo con il suo cambiamento interiore, muta anche l’atmosfera del film. Non c’è più il tono dei cinecomics divertenti, luminosi, dai costumi colorati e accompagnati da battute accattivanti a cui tanto ci eravamo abituati, ma il film sembra assumere alcuni caratteri del western, dove scorrono fiumi di sangue e il tutto ci è mostrato senza filtri.

Logan è Caronte, traghettatore dalla tanto amata era dei cinecomics a una nuova era, non soltanto per il tono crudo che assume, ma anche per la scelta di portare al minimo gli effetti speciali quasi a regredire, ma con un risultato del tutto ammirevole, che ci fa sperare in un ritorno alle tanto rimpiante e contemplate origini. Il personaggio è cambiato insieme al suo pubblico, che è cresciuto con lui e insieme a lui ha vissuto la fine di un’epoca.

Il film nel complesso ci dimostra quanto il regista James Mangold guardi al futuro riscoprendo la grandezza del passato utilizzando anche un’esplosione di suoni e immagini crude, inusuali per il pubblico dei cinecomics. Per tutta la durata, che sfiora le tre ore, rimaniamo incollati alla poltrona, affascinati, commossi, senza un minuto di pausa per riprendere fiato. Ci fa sentire passeggeri di una montagna russa. Ma la corsa prima o poi finisce per tutti.

di Alessia Tizzano

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