A casa Joe (Joaquin Phoenix) è un uomo che si prende cura della madre anziana e malata dimostrando grande dolcezza, in un rovesciamento dei ruoli per cui è lui, il figlio che si intuisce non ha mai goduto della spensieratezza dell’infanzia, ad occuparsi del genitore. Ma fuori la sua vita è quella di un mercenario spietato e brutale, giustiziere per conto d’altri che agisce senza remore, non temendo di perdere nulla perché non ha nulla da perdere.

Un giorno l’uomo, diviso anche tra un presente inquietante ed un passato, che lo tormenta ed appare addirittura peggiore dell’oggi, viene incaricato di trovare Nina, la figlia di un senatore scappata di casa e finita nella rete della prostituzione minorile. Quest’incontro con una ragazzina, macchiata per sempre e nei cui occhi è calato un velo di oscura apatia, è destinato a smuovere qualcosa nella vita di Joe, che farà di tutto pur di liberarla. Entrambi, infatti, sono due anime perdute, dalle vite così diverse eppure con gli stessi sentimenti di stoica disperazione scavati sul volto. In Nina l’uomo vede i segni dell’innocenza violata e così riesce a scorgere anche dentro se stesso.

A stabilire un parallelo tra i due sono le scene in cui entrambi si ritrovano a fare un conto alla rovescia nella loro mente, calcolando il tempo che manca alla fine di quegli orrori che li tormentano, un modo per darsi forza e capire per quanto ancora è possibile resistere senza soffocare.

La vita di Joe è stata segnata dalle sofferenze. Dapprima il padre violento e dopo l’esperienza della guerra hanno contribuito ad annebbiare la sua mente con fantasmi, che lo angosciano con le immagini delle atrocità a cui ha assistito e di cui si è reso anche complice. Ciò probabilmente lo ha spinto a cercare una sorta di redenzione per la sua anima tormentata, usando tutta la rabbia per porsi al servizio della vendetta altrui.

Il film della regista Lynne Ramsay, tratto dal romanzo You were never really here, procede spedito con una colonna sonora incalzante, in alcuni tratti fastidiosa così come la realtà che viene mostrata, e che talvolta si armonizza con la brutalità della rappresentazione, mentre in altre occasioni fa da contraltare. È il caso della scena in cui Joe colpisce con un martello alcuni uomini mentre in sottofondo una musica dolce dà al tutto l’apparenza di un inquietante balletto; allo stesso modo in cui l’ambiente sfarzoso in cui vengono abusate le ragazzine stona con gli orrori consumati in quel posto.

La pellicola poggia molto sull’intensità espressiva di Phoenix, ma la sceneggiatura (seppure premiata al festival di Cannes 2017, insieme all’interpretazione dell’attore protagonista) appare troppo confusionaria, lasciando molto all’intuito dello spettatore e perciò non permettendo di capire fino in fondo le ragioni che si celano dietro a determinati comportamenti. Un passato oscuro continua ad incombere come un’ombra su Joe, però tali improvvisi e frequenti flashback che cercano di gettarvi luce, non consentono comunque di addentrarsi davvero nell’anima ferita e avvelenata dell’uomo.

Così i riferimenti a pellicole cult come Leon o Taxi driver, insieme a scene splatter alla Quentin Tarantino, appaiono più orpelli all’interno di un film che non possiede quella stessa capacità di approfondimento. Un film che finisce dove invece sarebbe dovuto cominciare, o almeno continuare, per poter seguire lo sviluppo dell’interessante rapporto tra Joe e Nina che così rimane soltanto accennato.

di Maria Concetta Fontana

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